Quando la composizione negoziata è diventata operativa, nel novembre del 2021, il legislatore aveva già definito l’architettura generale dello strumento: un’impresa in difficoltà, la presenza di prospettive di risanamento, la nomina di un esperto indipendente e l’apertura di un confronto con i creditori.
Sulla carta il meccanismo era chiaro.
Nella pratica, però, bastarono poche settimane perché emergessero problemi che nessuna norma poteva risolvere in modo automatico.
Cosa succede, per esempio, se l’impresa chiede protezione quando un creditore ha già iniziato un’esecuzione? Quanto deve essere credibile il piano perché sia ragionevole impedire temporaneamente ai creditori di agire? E fino a che punto il giudice può entrare nel merito di un risanamento che, per sua stessa natura, è ancora in fase di costruzione?
Sono domande che oggi sembrano quasi fisiologiche. Nel 2022, invece, erano questioni nuove.
Le prime pronunce dei tribunali hanno avuto proprio questa funzione: trasformare uno strumento appena introdotto in un istituto concretamente utilizzabile.
Le prime misure protettive e il problema del tempo
Uno dei primi nodi arrivati davanti ai giudici riguarda le misure protettive.
La logica che le sostiene è abbastanza semplice.
Se un’impresa ha bisogno di alcuni mesi per negoziare con banche, fornitori e altri creditori, quel tempo può risultare inutile se, nel frattempo, una singola iniziativa esecutiva sottrae all’azienda un bene essenziale, blocca liquidità indispensabile o compromette la continuità operativa.
La protezione serve quindi a evitare che la trattativa venga svuotata prima ancora di cominciare.
Ma proprio qui nasce il primo problema: proteggere fino a che punto?
Il Tribunale di Milano se lo trova davanti già il 17 gennaio 2022.
La decisione è interessante perché fa emergere immediatamente un concetto che accompagnerà tutta l’evoluzione successiva della composizione negoziata: la protezione non può essere considerata un effetto automatico dell’accesso allo strumento.
Deve avere una funzione.
Il giudice deve poter comprendere perché, nel caso concreto, quella tutela sia necessaria per permettere alle trattative di svilupparsi e quale rapporto esista tra il sacrificio imposto ai creditori e la prospettiva di conservare valore nell’impresa.
Inizia quindi a formarsi una prima idea molto importante: il tempo concesso all’impresa deve avere una giustificazione economica, non soltanto procedurale.
La composizione negoziata non nasce per congelare una situazione problematica. Nasce per creare uno spazio nel quale quella situazione possa essere modificata.
Tribunale di Milano, 17 gennaio 2022 – Unijuris
Pochi giorni dopo arriva il problema del pignoramento già esistente
La seconda decisione significativa arriva sempre da Milano, il 26 gennaio 2022.
Questa volta l’impresa si confronta con un problema ancora più concreto: il creditore aveva già avviato un pignoramento prima che le misure protettive producessero i propri effetti.
È facile comprendere la questione dal punto di vista aziendale.
Se alcune somme sono già state vincolate, l’imprenditore può avere la necessità di recuperarle per pagare dipendenti, acquistare materie prime o sostenere altri costi essenziali.
La composizione negoziata, tuttavia, non riscrive automaticamente ciò che è avvenuto prima del suo avvio.
Il provvedimento milanese chiarisce che il procedimento esecutivo può essere arrestato nella sua prosecuzione, ma il vincolo già sorto non viene cancellato per effetto della sola apertura della composizione.
Per l’impresa questa distinzione è molto più importante di quanto possa sembrare.
Significa che il momento in cui si decide di intervenire può cambiare radicalmente la quantità di risorse ancora disponibili per costruire il risanamento.
Un’azienda che si muove quando le iniziative esecutive sono soltanto una possibilità si trova in una situazione diversa da un’azienda che arriva alla composizione quando conti, crediti o beni sono già stati colpiti.
È uno dei primi segnali giurisprudenziali del rapporto strettissimo tra tempestività e capacità negoziale.
Tribunale di Milano, 26 gennaio 2022 – Unijuris
A Bergamo il problema diventa ancora più profondo: cosa significa davvero “risanare”?
Nel marzo 2022 il Tribunale di Bergamo si confronta con un caso che sposta l’attenzione dal funzionamento delle misure protettive alla natura stessa della composizione negoziata.
La società prospettava una sostanziale dismissione del proprio patrimonio.
La questione, a quel punto, non era più soltanto se concedere o meno protezione. Bisognava capire che rapporto dovesse esistere tra quella protezione e una reale prospettiva di risanamento.
Con il provvedimento del 15 marzo 2022, il tribunale assume una posizione molto netta nel contesto normativo di allora: se la prospettiva è esclusivamente liquidatoria e manca una reale possibilità di recuperare l’attività economica, viene meno la ragione per comprimere temporaneamente i diritti dei creditori.
A distanza di alcuni anni, questa decisione va letta con attenzione.
La disciplina si è evoluta e oggi il concetto di risanamento è più ampio della semplice conservazione dell’impresa esattamente com’è.
Un’azienda può essere risanata anche attraverso operazioni molto profonde, compresa la cessione dell’azienda o di suoi rami.
Ma il problema individuato dal Tribunale di Bergamo rimane intatto.
Il punto non è necessariamente conservare la stessa società o la stessa proprietà.
Il punto è capire se esiste ancora un valore economico da preservare e una soluzione capace di mantenerlo in vita.
Vendere un ramo d’azienda per permettere all’attività di proseguire può essere parte di un risanamento.
Liquidare semplicemente tutto il patrimonio senza una prospettiva di continuità economica è un’altra cosa.
Quella prima decisione iniziava già a tracciare questa differenza.
Tribunale di Bergamo, 15 marzo 2022 – Unijuris
Il piano non può essere soltanto un documento
Due settimane dopo, ancora il Tribunale di Bergamo torna sulla composizione negoziata.
Il provvedimento del 30 marzo 2022 introduce un altro tema che diventerà centrale negli anni successivi: quanto deve essere solido il progetto presentato dall’impresa quando chiede protezione?
La risposta non può essere cercata soltanto nella presenza formale di un piano.
Un documento può esistere ed essere perfettamente ordinato, ma poggiare su ipotesi irrealistiche.
Il fatturato può essere previsto in forte crescita senza che esistano ordini, clienti o dati che rendano credibile quella crescita. I margini possono essere sovrastimati. Il fabbisogno finanziario può non considerare costi che emergeranno pochi mesi dopo.
Quando la protezione richiesta dall’impresa produce conseguenze concrete sui creditori, il giudice deve poter comprendere se il progetto abbia almeno una base economica sufficientemente seria.
Questo non significa pretendere un piano definitivo.
La composizione negoziata esiste proprio perché molti elementi devono ancora essere negoziati.
Una banca può modificare la propria posizione. Un fornitore può accettare una dilazione diversa. Può entrare un investitore. Può emergere la necessità di cedere un ramo d’azienda.
Il progetto deve quindi poter evolvere.
Ma una cosa è un piano aperto alle trattative, un’altra è un piano costruito su numeri che non spiegano in che modo l’impresa dovrebbe realmente tornare in equilibrio.
È qui che la giurisprudenza inizia a spostare l’attenzione dalla semplice esistenza della procedura alla qualità economica del risanamento.
Tribunale di Bergamo, 30 marzo 2022 – Unijuris
Roma chiarisce che una trattativa può cambiare il risultato finale
Nell’ottobre dello stesso anno il Tribunale di Roma affronta un problema diverso.
L’impresa aveva indicato una possibile soluzione finale della crisi, ma la composizione era ancora in corso.
Il dubbio era se il giudice, chiamato a decidere sulle misure protettive, dovesse già valutare in modo definitivo l’ammissibilità dello strumento che l’impresa immaginava di utilizzare alla fine del percorso.
La decisione del 4 ottobre 2022 riconosce un elemento che nella pratica è decisivo: una trattativa serve anche a cambiare idea.
L’impresa può entrare nella composizione convinta che il risanamento debba passare attraverso una determinata struttura e scoprire, confrontandosi con i creditori, che quella strada non è realizzabile.
Può emergere un nuovo investitore.
La banca può rendersi disponibile a una soluzione diversa.
Un fornitore strategico può accettare condizioni che all’inizio sembravano impossibili.
Oppure può accadere l’esatto contrario: un elemento che l’impresa considerava centrale può diventare irrealizzabile.
Pretendere che la soluzione finale sia già completamente definita all’inizio significherebbe svuotare di senso la negoziazione.
Il piano, quindi, deve avere una logica, ma deve anche poter cambiare.
È forse uno dei passaggi più interessanti dell’intera evoluzione della composizione negoziata: la serietà del progetto non coincide con la sua rigidità.
Tribunale di Roma, 4 ottobre 2022 – Unijuris
Quando la continuità dell’impresa dipende da un bene che appartiene a un creditore
Un mese dopo, ancora a Roma, la questione assume una forma molto concreta.
L’impresa svolgeva la propria attività in locali che un creditore intendeva recuperare.
La perdita immediata di quegli spazi avrebbe potuto interrompere l’attività e, con essa, la capacità dell’azienda di produrre i ricavi sui quali si basava il tentativo di risanamento.
Il provvedimento del 21 novembre 2022 mostra molto bene perché le misure protettive non possano essere lette soltanto come uno scontro tra debitore e creditore.
Il problema era trovare un equilibrio temporaneo.
Lasciare immediatamente i locali avrebbe potuto compromettere il valore dell’attività. Impedire al proprietario di recuperarli senza alcuna considerazione per la sua posizione avrebbe però trasferito interamente su di lui il costo del risanamento.
Nel caso concreto assume rilievo la prospettiva di trasferire l’attività in tempi relativamente brevi, insieme al riconoscimento economico collegato all’ulteriore permanenza nei locali.
La protezione viene così letta come qualcosa che deve essere proporzionato alla situazione e limitato al tempo realmente necessario.
È un modo di ragionare che negli anni successivi diventerà sempre più importante.
La domanda non è soltanto se l’impresa abbia bisogno di tempo.
La domanda è quanto tempo serva, per fare cosa e con quale costo per gli altri soggetti coinvolti.
Tribunale di Roma, 21 novembre 2022 – Unijuris
Un caso ipotetico mette insieme tutte queste decisioni
Immaginiamo una società commerciale che continui a vendere e mantenga margini positivi, ma abbia accumulato un’importante tensione finanziaria.
L’azienda ha bisogno di alcuni mesi per rinegoziare il debito bancario, concordare nuove scadenze con i fornitori e riportare la tesoreria in equilibrio.
Nel frattempo, però, un creditore ha già pignorato una parte delle disponibilità finanziarie.
Un secondo creditore sta per agire su un bene indispensabile all’attività.
Il piano dell’impresa prevede una crescita significativa dei flussi di cassa nel corso dell’anno successivo, ma una parte di quella previsione è ancora poco documentata.
È una situazione nella quale tutte le prime decisioni del 2022 tornano utili.
Il pignoramento già perfezionato non viene necessariamente cancellato dall’avvio della composizione.
Le nuove iniziative possono invece essere temporaneamente contenute se rischiano di distruggere proprio il valore che le trattative cercano di preservare.
Ma questa protezione non può poggiare soltanto sull’affermazione dell’imprenditore secondo cui “tra qualche mese andrà meglio”.
Serve capire perché dovrebbe andare meglio.
Se l’aumento degli incassi deriva da ordini già acquisiti, da una riduzione documentata dei costi o da un contratto che inizierà a produrre effetti, il ragionamento ha una base.
Se deriva soltanto da una previsione generica di crescita, il problema cambia completamente.
Ed è qui che emerge forse il filo comune di tutta la prima giurisprudenza.
Il tribunale non è chiamato a costruire il risanamento al posto dell’impresa.
Deve però poter comprendere perché il tempo richiesto dall’impresa possa produrre un risultato economicamente migliore rispetto alla prosecuzione immediata delle iniziative individuali dei creditori.
Le prime sentenze hanno costruito una grammatica che utilizziamo ancora oggi
Rilette a distanza di cinque anni, queste decisioni hanno qualcosa in comune.
Nascono da casi differenti, ma ruotano tutte attorno alla stessa questione: capire quando sia ragionevole concedere all’impresa uno spazio per tentare il risanamento.
La risposta che emerge progressivamente non dipende da una formula.
- Dipende dalla relazione tra più elementi.
- L’impresa deve avere ancora qualcosa da salvare.
- Il progetto deve avere una consistenza sufficiente per giustificare il tempo richiesto.
- La protezione deve servire realmente alle trattative.
- Il sacrificio imposto ai creditori deve rimanere collegato a quella funzione.
- E il percorso deve poter cambiare se il confronto con le parti dimostra che la soluzione iniziale non era quella corretta.
È questo il punto nel quale la composizione negoziata smette di apparire come una procedura astratta e inizia ad assomigliare a ciò che realmente è: un processo nel quale dati aziendali, interessi dei creditori, strategia negoziale e intervento giudiziale devono riuscire a convivere.
Negli anni successivi le questioni diventeranno molto più complesse.
I tribunali inizieranno a occuparsi di nuova finanza, prededuzione, garanzie pubbliche, cessione dell’azienda, rapporti con le banche e transazione fiscale.
Ma la base era già stata costruita.
Le prime decisioni del 2022 avevano chiarito che la composizione negoziata non è semplicemente un modo per ottenere tempo.
È un modo per utilizzare il tempo quando esiste ancora una possibilità concreta di trasformarlo in risanamento.
Fonti e riferimenti
- Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza, artt. 18 e 19 – testo vigente
- Tribunale di Milano, 17 gennaio 2022 – misure protettive
- Tribunale di Milano, 26 gennaio 2022 – pignoramento ed effetti delle misure protettive
- Tribunale di Bergamo, 15 marzo 2022 – liquidazione e risanamento
- Tribunale di Bergamo, 30 marzo 2022 – verifica del progetto di risanamento
- Tribunale di Roma, 4 ottobre 2022 – misure protettive e possibile evoluzione dello strumento finale
- Tribunale di Roma, 21 novembre 2022 – protezione dell'impresa e posizione dei creditori
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